La moda, il sabato mattina

Siete proprio sicuri? (27.3.2021)

Visto che mi sento un po' più confident nel parlare di sostenibilità ho pensato oggi di mettere in fila le migliaia di certificazioni che esistono nel mondo. Scherzo, è sabato mattina e immagino che di sòle questa settimana ne avrete già incontrate abbastanza. Però proprio perché sabato scorso ho cominciato a parlarne un po' più apertamente pubblicando una prima selezione di brand con standard interessanti su Instagram (le prossime arriveranno di domenica) vorrei utilizzare questa puntata per dire un'altra cosa sul tema: quasi tutto quello che si sente in giro sulla moda sostenibile è una cavolata. O meglio, le informazioni sono quasi sempre imprecise e incomplete. Me ne sono resa conto anche quando settimana scorsa mi avete scritto di quali brand vi fidate: la percezione è spesso distorta e dipende quasi sempre da informazioni non verificate. Ma non sto dando la colpa a voi, anzi.

Perché abbiamo tutti cominciato a demonizzare la moda, puntando il dito verso chi (secondo noi) compra troppo o compra sbagliato? Perché ci hanno detto che la moda è la seconda industria più inquinante. Peccato che non sia vero, potrebbe dirvi qualcuno. E potrebbe dirvelo semplicemente perché questa informazione non è verificabile. Leggendo questo pezzo di Stella è facile capire come entri in gioco l'importanza della verifica delle fonti. Solo che in questo caso deve applicarsi a un settore prevalentemente privato, in cui anche le aziende che forniscono informazioni spesso lo fanno in modo incompleto e/o inesatto. Magari lo fanno perché vogliono comunque coprire il tema della sostenibilità, consapevoli che l'attenzione dei consumatori sta crescendo. E anche se i loro standard di sostenibilità sono discutibili scelgono di parlarne lo stesso, magari tralasciando gli ambiti in cui sono più deboli (yes, questo si chiama greenwashing). Oppure perché non hanno le risorse per comunicare i loro standard. Oppure perché hanno avviato una serie di cambiamenti interni che non sono ancora arrivati a termine. Tra l'altro i famosi standard di sostenibilità sono discutibili, perché non esiste una metratura standardizzata che possa essere presa come punto di partenza.

Capite quanto è importante l'informazione sulla moda sostenibile? Lo è quanto l'enorme lavoro che centinaia e centinaia di aziende stanno facendo sulla ricerca e sullo sviluppo. L'introduzione è un po' lunga ma era tutto per dire che BoF - che ha mille difetti ma che per chi fa il mio lavoro è una fonte preziosissima, e magari ce ne fossero altre (Vogue Business ci sta provando) - ha pubblicato il suo primo Sustainabilty Report. Vi invito a leggerlo nella sua versione integrale ma, visto che è fruibile solo per gli abbonati, segnalo qui un'importante premessa: il team ha lavorato per classificare il percorso verso la sostenibilità solo delle aziende pubbliche (proprio per il problema del reperire le informazioni, quelle private non sono obbligate a condividerle) e ha voluto specificare che l'analisi è comunque piena di difetti per vari motivi (mancanza di dati sui fornitori esterni, assenza di un linguaggio standardizzato, imprecisione anche tra le informazioni pubbliche). Le aziende sono state classificate con un valore da 1 a 100 complessivo, e con cinque valori da 1 a 100 relativamente a cinque tematiche specifiche: trasparenza, emissioni, acqua e agenti chimici, materiali, diritti dei lavoratori, spreco. Periodicamente BoF pubblicherà le analisi aggiornate e sarà un buon modo per tenersi informati sulle azioni dei brand a livello macro. Pronti a leggere i voti? Secondo me ci sono un po' di cose che non vi aspettate.

Settore lusso

  1. Kering (Gucci, Saint Laurent, Bottega Veneta, Balenciaga, Alexander McQueen, Brioni, Boucheron, Pomellato, Dodo e Kering Eyewear) ---> 49 punti

  2. PVH Corp (Calvin Klein, Tommy Hilfiger e G.H. Bass) ---> 41 punti

  3. Hermès ---> 32 punti

  4. LVMH (Christian Dior, Bulgari, DKNY, Fendi, Celine, Guerlain, Marc Jacobs, Givenchy, Kenzo, Loro Piana e Louis Vuitton, TAG Heuer e Tiffany & Co.) ---> 30 punti

  5. Richemont (Cartier, Van Cleef & Arpels, Montblanc, Buccellati, Chloé, Azzedine Alaïa) ---> 14 punti

Settore high streetH&M Group (H&M, COS, & Other Stories, Arket, Monki, Weekday) ---> 42 puntiLevi Strauss & Co ---> 42 puntiInditex (Zara, Pull&Bear, Uterque, Massimo Dutti, Bershka, Stradivarius, Oysho, Uterque) ---> 41 puntiGapInc ---> 40 puntiFast Retailing (Uniqlo, J Brand, Comptoir des Cotonniers) ---> 23 puntiSettore sportsNike ---> 47 puntiPuma ---> 44 puntiVF Corp (Eastpak, Timberland, The North Face, Vans, Supreme) ---> 42 puntiAdidas ---> 40 puntiUnder Armour ---> 9 puntiAvete notato che nessuno ha complessivamente totalizzato una sufficienza? Ecco. Ma vi stupirà anche sapere che i punteggi più alti sono nella categoria "trasparenza", dove Nike ha totalizzato 71, Kering 68, Hermès e Puma 63, ed "emissioni", dove Levi's porta a casa un 78 e VF Corp 74. Una sola sufficienza in "materiali", Kering con 64 mentre non c'è mezzo voto buono nella categoria "acqua e agenti chimici" (quelli che sono andati meglio sono Kering con 53, Gap e Nike con 50) né nella categoria "spreco" (Nike 37, H&M Group 36). Per ultimo veniamo ai diritti dei lavoratori, dove le valutazioni crollano per tutti sotto i 36 punti:Kering ---> 32PVH Corp ---> 25Hermès ---> 22LVMH ---> 18Richemont ---> 12H&M Group ---> 36Levi Strauss & Co ---> 22Inditex ---> 25Gap Inc ---> 27Fast Retailing ---> 18Nike ---> 37Puma ---> 21VG Corp ---> 26Adidas ---> 27Under Armour ---> 14Com'è possibile che i dati relativi ai diritti dei lavoratori siano così bassi? Il problema sta nella famosa supply chain, cioè i fornitori. Nell'ordine sono quelli che si occupano di coltivazione ed estrazione, trattamento dei materiali, dei filati e dei tessuti, lavaggio, tintura, concia, stampa, manifattura dei tessuti e di alcune parti, assemblaggio. Qui, lo sappiamo, si passa da salari miseri a condizioni disumane, fino al lavoro minore e alla schiavitù. Il problema principale del lavoro su questa categoria sta proprio nell'assegnare un punteggio, perché la stragrande maggioranza delle aziende non monitora gli standard dei suoi fornitori. Inditex lo fa fino al secondo livello della catena (restano fuori coltivazione ed estrazione, trattamento dei materiali, dei filati e dei tessuti) e ha divulgato i dati, quindi ha ottenuto un punteggio più alto. Ma recentemente è anche stata nominata in un rapporto sul lavoro forzato nei campi di cotone della regione cinese dello Xinjiang (accuse che ha respinto).

Quest'ultimo esempio è una buona dimostrazione di come giudizi netti e slogan in questo momento possano essere quasi sempre catalogati come fake news. E di come, purtroppo, le informazioni di qualità siano faticose. Ma regalino anche grande soddisfazione 💫

Info di servizio, vi ricordo la diretta con Giulia lunedì alle 18,30. Questo weekend finisco il libro e apro il box per le domande quindi se volete ci vediamo di là.




PEZZI BELLI DELLA SETTIMANA

MODA DA SFOGLIARE, VEDERE, ASCOLTARE

  • Consigli di lettura: Orsola de Castro, founder di Fashion Revolution, ha scritto I vestiti che ami vivono a lungo

  • Antonella Bussi, direttrice di Marie Claire, Paola Pollo, critica del Corriere della Sera, e Elisabetta Falciola, giornalista del tg5, hanno parlato di editoria di moda in questa diretta

  • Il sito di D (il femminile di la Repubblica) ha subito un restyling, così come la sezione moda&beauty del sito di Repubblica. Anche la versione cartacea dell'inserto è cambiata in termini di grafica grazie al lavoro del bravissimo Francesco Franchi

MODA DA COMPRARE

SCUOLA E LAVORO

MODA DA GUARDARE

Fotografare le celebrities in un servizio moda è molto più difficile che fotografare le modelle, chissà perché. Segnalo invece servizio particolarmente figo con Scarlett Johansson, di Inez&Vinoodh per The Gentlewoman (se volete comprarlo online tenete d'occhio Frab's).